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La Scala, all’opera… dietro le quinte

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Un viaggio nei meandri dei laboratori della Scala, dove si realizzano, e soprattutto si conservano e si fanno rivivere, scenografie storiche e abiti di scena indossati dai giganti del passato. E dove gli attori provano la loro parte nel contesto post-industriale delle ex acciaierie Ansaldo.

È tutto immutato. O quasi. Scene e fondali teatrali si realizzano ancora stendendo le tele per terra e passando a dipingerle con pennellesse a manico lungo. Sì, come scope. O ramazze. Il lavoro, i realizzatori, lo compiono in piedi. Questo avviene ancora nei laboratori del più prestigioso teatro d’opera diciamo pure del mondo: La Scala di Milano. Siamo andati a fare un giro. Dal 2000, i laboratori, prima decentrati tra Bovisa, Pero e Abanella, si sono trasferiti nelle ex acciaierie Ansaldo, zona porta Genova. Spazi giganteschi dove un tempo venivano costruite locomotive, carrozze ferroviarie e tramviarie. E oggi si costruiscono gli spettacoli della Scala. Dell’intero complesso, imponente esempio di archeologia industriale acquistato dal Comune nel 1990, la Scala occupa 3 padiglioni – intitolati a Visconti, Benois, Caramba -, per un’area complessiva di 20 mila mq. Vi lavorano scenografi, falegnami, fabbri, sarti, scultori. L’allestimento di un’opera lirica ha un percorso obbligato. Il titolo viene scelto da direttore artistico e sovrintendente con il direttore musicale, che di solito ha già messo gli occhi sul regista.
Per le luci, diventate una voce di importanza capitale, viene cooptato un Light Designer. Lo staff del palcoscenico (quello dei cantanti è argomento a parte) è così completo. Si passa alla fase operativa. Responsabile della realizzazione è il Direttore Allestimento Scenico, personaggio importantissimo. Dal 1995 è Franco Malgrande. Ha alle sue dipendenze 150 uomini tra tecnici e operai. Dice: «Il lavoro è tanto, a volte a ritmi demenziali. Però con grandi soddisfazioni. Condizione sine qua non: una grande passione». Che è la frase ripetuta da tutti, qua dentro.

Chi è di scena?

Il primo giro di ispezione si fa sulle passerelle “aeree”, per rendersi conto dall’alto di come procede il lavoro. Lungo il percorso sono esposti storici teatrini con montate scene in miniatura.
Sono quelli che più incantano, non solo i ragazzini delle scuole in “gita culturale”. «Dalle tradizionali scene dipinte – dice Malgrande – si è passati a quelle costruite. Plastica e polistirolo i materiali più usati. Poi sono arrivati i filmati, le proiezioni. Ma non si creda: i costi sono più alti. E anche l’ingombro delle macchine non scherza». I vecchi allestimenti, si riutilizzano? «Se si riprende l’opera, le scene si “rinfrescano”. C’è sempre qualche ritocco da fare. A volte le scene si vendono all’estero. Può essere più redditizio vendere un intero allestimento e rifarlo noi, anziché riusarlo.
Le maestranze della Scala non sono seconde a nessuno, per capacità e velocità». All’Ansaldo, gli spazi servono anche da sala prove: gli artisti possono lavorare con le scene montate, come fossero in teatro. L’atmosfera è magica.

Le sarte della Scala

Ma l’immaginazione incomincia davvero a sognare entrando in sartoria. Interi corridoi e sale espongono, ordinatamente affastellati sugli stender, migliaia di costumi di tutte le epoche, fogge e fatture (in tutto 60 mila, realizzati dal 1911). La caporeparto Rita Citterio, scenografa, illustra il guardaroba come fosse quello di famiglia. «Qui il Barbiere, questi di Otello, là le sottogonne…». I capi storici sono in vetrine sotto chiave. Così il costume di Turandot del 1958, con il mitico manto 6 metri per 8. Stesso onore a quello della incoronazione di Boris e a uno delle donne per la Cavalleria rusticana del 1982, ricamato con passamanerie e perle applicate su disegno dei costumi siciliani autentici. «Per ciascuno, ci vollero cinque giorni di lavoro di una sarta. Per tutti, tre mesi di lavoro di tutta la sartoria» ricorda Rita. I costumi più preziosi sono assicurati singolarmente. Quelli indossati da Maria Callas, per 30 mila euro ciascuno. E la manutenzione? «Gli abiti, personali e su misura, vanno lavati alla fine di ogni ciclo di rappresentazioni, quelli dei protagonisti spesso dopo ogni recita. Molti i capi maschili che han dovuto esser rifatti perché oggi gli uomini sono più alti di un tempo. Problemi diminuiti invece nel settore scarpe maschili, quando c’era la mania del rialzo interno. Si aumentava la statura fino a 12 cm». Il reparto, provvisto di un rifornitissimo magazzeno-stoffe è in grado di far fronte a quasi tutte le richieste. Dove manca il materiale, sopperiscono estro, mestiere, gusto. Senza le quali cose, il teatro non si può fare.

di Carla Maria Casanova

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