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Valle Maira, quel Piemonte dove il tempo s’è fermato

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Valle Maira siamo in provincia di Cuneo, immersi nel verde di una valle prealpina che non dovrebbe mancare tra le mete degli amanti degli sport all’aria aperta. Strade sterrate, piste forestali e strade militari in quota, grandiosi percorsi nei boschi, fra i pascoli alpini e sulle creste spartiacque sospese tra la terra e il cielo delle Alpi Occidentali: è difficile passare in rassegna l’enorme quantità di itinerari in MTB-VTT che si possono organizzare in Valle Maira. Ma non solo. In questa zona in passato set del bellissimo “Il vento fa il suo giro”, sono infatti evidenti le tracce di un passato misterioso, che si ritrova nelle chiese, nelle storie sussurrate, e in una cucina che ha tra le sue tipicità… le acciughe. Il cuore della valle Maira, con l’asprezza e la verticalità̀ della Rocca Provenzale e della Rocca Castello, esprime appieno il carattere di una terra da sempre vissuta ai margini della grande storia, e tuttavia capace, quasi soltanto con le sue forze,di dar vita a una cultura alpina che ancora oggi risulta in grado di sedurre e ammaliare. La forma sinuosa e profonda dell’alveo in cui scorre il fiume da cui il territorio prende nome; il fascino della natura, salvaguardata qui molto più che in altre aree alpine più facilmente accessibili; i colori a un tempo cupi e luminosi degli affreschi che ne abbelliscono chiese ed edifici sacri; e infine, soprattutto, il silenzio, il silenzio atavico che qui ancora è possibile respirare. Tutti questi aspetti nel loro insieme fanno sì che soggiornare in questa valle, anche solo per qualche giorno, lasci nel visitatore un’impronta indelebile, ben presto destinata a trasformarsi in voglia di tornare.

Il fascino di simboli arcaici

Del fatto che la montagna, e la catena alpina in particolare, nei secoli passati abbia contribuito a unire piuttosto che a dividere popoli e culture, la Val Maira è un indubbio testimone. Non soltanto la lingua, quell’occitano qui ancora parlato senza ostentazioni seppur con forte senso di appartenenza, ma soprattutto l’arte e l’architettura del territorio provano infatti il legame con la vicina Provenza e con le comuni tradizioni celtiche. Ne è esempio curioso il fenomeno delle têtes coupées, rappresentazioni stilizzate di teste umane che si ritrovano spesso sulle facciate di case, chiese e fontane. Un lontano ricordo della cruenta abitudine dei guerrieri Celti di appendere sulla soglia le teste dei nemici uccisi in battaglia? Un antico culto che richiama il martirio per decapitazione? Non dimentichiamo che questa è anche terra di numerosi santi, tra cui i mitici guerrieri della Legione Tebea. A uno di loro è infatti dedicata la chiesa più importante della provincia: San Costanzo al Monte, millenaria Abazia Benedettina di Villar San Costanzo. Autentico gioiello in stile romanico lombardo, prima di una lunga serie di edifici di culto che popolano il territorio, a prova della forte religiosità̀ che qui ha attraversato i secoli, la Chiesa di San Costanzo al Monte sorge proprio all’imbocco della valle. Poco distante, si trova la Chiesa Parrocchiale di San Pietro in Vincoli, dove l’ingresso nella Cappella di San Giorgio costituisce un emozionante tuffo nel passato. Gli affreschi di Pietro da Saluzzo raffigurano infatti scene della vita del Santo come un percorso che narra tradizioni e personaggi della religiosità̀ popolare caricandoli di pathos e di espressività. Risalendo il corso del torrente Maira, da cui la valle prende il nome, fino a Macra, si incontra la Cappella di San Pietro, un tempo riparo di pellegrini e loro controllo in caso di pestilenza. Qui ancora si conserva un’antichissima testimonianza pittorica medioevale di danza macabra, tema del girotondo tra vivi e morti di gusto tipicamente francese. Sempre a Macra si trova la Cappella di San Sebastiano, il più̀ antico edificio religioso della valle; più avanti, a Stroppo, isolata dall’abitato e posta a 1233 metri di altitudine a strapiombo sul precipizio, c’è la chiesa di San Peyre, dalla inconsueta architettura asimmetrica. Ma bisogna raggiungere Elva con i suoi 1600 metri di altezza a cavallo tra due vallate, la Val Maira e la Val Grana, per godere dell’emozione più forte: una Crocifissione dalla potente drammaticità opera di Hans Clemer, il pittore fiammingo meglio conosciuto proprio come “Il Maestro di Elva”. Dalla nativa Cambrai, si era spostato in Provenza, dove avvenne l’incontro con Lodovico II, marchese di Saluzzo, e l’invito a seguirlo nella sua corte. Fu così che Giovanni Clemer, “Hans l’alemande”, vissuto a cavallo tra XV e XVI secolo, mescolò l’eredità fiamminga della sua terra d’origine con la tradizione tardogotica provenzale e le novità̀ che arrivavano dal rinascimento lombardo. A giustificare la sua presenza in questa chiesetta smarrita tra due valli alpine non basta forse l’intervento di una committenza illustre, ma piuttosto l’orgoglio di una comunità quella di Elva, desi- derosa di affermare la propria identità.

E la storia continua…

Origini medioevali anche per Dronero, con il suo bel centro storico e l’arditissimo Ponte del diavolo del XV secolo, costruito da mani ignote giudicate troppo abili per essere umane sul punto più stretto del Maira. Ma il suo momento di gloria la città lo ebbe qualche secolo più tardi, quando divenne collegio elettorale di Giovanni Giolitti, politico di spicco del primo novecento, che si adoperò notevolmente per promuoverne lo sviluppo. Nel 1998 qui è nato il Centro Europeo per lo studio dello Stato a lui intitolato, che conserva il Fondo Giolitti e organizza ogni anno una Scuola Estiva di Alta Formazione. E in tempi ancora più recenti, anche il cinema ha subito le suggestioni della Val Maira. È infatti del 2005 il film E l’aura fai son vir (Il vento fa il suo giro), scritto da Fredo Valla e diretto da Giorgio Diritti. Premiato in numerosi festival italiani ed europei, racconta la storia di una impossibile integrazione tra forestieri e montanari. Interpretato per buona parte dagli stessi valligiani, l’opera ha contribuito a rendere giustizia di una visione troppo oleografica della vita di montagna. Per saperne di più sulla Val Maira: www.valligranaemaira.it; www.espaci-occitan.org, oppure il volume Val Maira. Ambiente, cultura e tradizioni di un’affascinante valle occitana, AA. VV. Più̀ Eventi editore 2011 – 19,50 euro. Per sapere invece quali appuntamenti vi attendono in Val Maira ad ottobre, visitate il sito: www.visitvallemaira.it/news/

Cibo&territorio

Erbe officinali, ortaggi e foraggi d’alpeggio: la produzione agricola tipica di tutte le valli alpine. Negli ultimi anni, però, qui si sta prestando una grande attenzione all’agricoltura biologica, in funzione di un maggior rispetto del territorio e dell’ambiente. Ecco allora il pane cotto nel forno a legna, i formaggi d’alpeggio, gli infusi alcolici a base di erbe alpine. Ma anche, del tutto inaspettate, ecco le acciughe! Importate per secoli in valle dalla vicina Liguria per farne commercio, oggi rivivono un momento di riscoperta e valorizzazione nei piatti tipici. Nel cuore della Val Maira, a Marmora (BorgataFinello,2 – Tel. 0171.998188, www.loupitavin.it) la Locanda Occitana Lou Pitavin, caratterizzata da una gestione giovane, propone la cucina del territorio, a partire dalle acciughe con bagnetto verde per finire con il ricco carrello dei formaggi. Ci sono anche 4 camere dove è possibile pernottare. Prezzo medio, vini esclusi: 27 euro. Il ristorante Lou Sarvanot è invece un piccolo- grande locale dall’ottimo rapporto qualità/prezzo. Qui si trovano sempre le ravioles, i caratteristici gnocchi di farina e toma e, a fine pasto, l’originale genepy della casa. Prezzo medio, vini esclusi: 30 euro. Il locale si trova in fraz.Bassura – Stroppo, Via Nazionale, 64 (Tel. 0171.999159 www.lousarvanot.it).

Folclore

La strada dei Capelli. Così si chiamava il percorso che ogni inverno da Elva i claviè, cioè i raccoglitori di capelli (pelassiers in occitano), percorrevano verso la Francia, carichi di fluenti chiome femminili. Oggi la loro storia rivive nelle testimonianze raccolte presso il Museo di Pels, nella bella Casa della Meridiana di Elva. Si trattava dei lunghi capelli delle donne della valle, tagliati a malincuore e poi ordinati per lunghezza e colore: i più apprezzati sui mercati esteri dai fabbricanti di parrucche. Un sacrificio, certo, ma anche un mezzo ingegnoso per raggranellare qualche soldo in più per il magro bilancio familiare. Un mestiere intraprendente era anche quello degli anciuè (anchoiers in occitano), che da tutta la Val Maira alla fine dell’estate e dei lavori dei campi scendevano verso le pianure piemontesi e lombarde per vendere le acciughe salate, acquistate in precedenza in Liguria. Un lavoro faticoso e spesso poco remunerativo, ma che in qualche caso segnò l’inizio di una fortunata attività commerciale. Per ricordarli, ogni anno si tiene a Dronero all’inizio di giugno la Fiera degli Acciugai, che richiama un sempre crescente numero di visitatori. Veniamo infine alla misteriosa storia dei Ciciu. “O empi incorreggibili, o tristi dal cuore di pietra! In nome del Dio vero vi maledico. Siate pietre anche voi”. E fu così che, al suono del terribile anatema,
i legionari romani che nei boschi intorno al Villar stavano inseguendo Costanzo, anche lui soldato della Legione Tebea
ma divenuto cristiano, si trasformarono all’istante in massi di pietra, i Ciciu appunto, ancora lì immobili da secoli. Questo tuttavia non bastò a salvare il futuro Santo dal martirio. Raggiunto da altri legionari, venne decapitato nel luogo dove poi sarebbe sorto il santuario a lui dedicato. Fin qui la leggenda. In realtà i Ciciu sono un curioso fenomeno geologico: una sorta di funghi rocciosi dal gambo di terra e pietrisco sormontati da un cappello di gneiss di origine magmatica. Simili a questi “pupazzi”– questo il significato del loro nome in dialetto piemontese – sono anche le Piramidi di terra dell’Alto Adige e i famosi Cammini delle fate della Cappadocia.

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