“Chiudi gli occhi e immagina una gioia: molto probabilmente penseresti a una partenza”. Le parole di Niccolò Fabi riassumono perfettamente lo stato d’animo di quando si sta per intraprendere un viaggio e le emozioni si sommano alle aspetttive per la destinazione scelta. E c’è un momento in cui tutti questi pensieri e sentimenti vien voglia di imprimerli nero su bianco: in aereo mentre si sta volando o in albergo quando si è accomodati. Basta scegliere dove annotarli.
La giornalista e viaggiatrice Germana Cabrelle, dieci anni fa ha ideato un taccuino tascabile per appunti con chiusura ad elastico come quelli tanto utilizzati da Bruce Chatwin nei suoi giri per il mondo. Il tratto innnovativo della sua creazione è di essere simpaticamente ispirata al mollusco presente in tutto il Mare Mediterraneo: si chiama infatti Moskardin e per logo ha un polipetto disegnato con  le sue stesse mani, un moscardino con sette tentacoli in omaggio alle province del Veneto.
Dal 2008 ad oggi, in molti hanno elogiato questa straordinaria invenzione che è diventata un marchio registrato, ma a noi di Viaggi del Gusto – webmagazine con il quale Germana da free lance collabora da anni – ha rivelato la storia vera. E sveltato che dietro a questo input creativo c’è stato anche e soprattutto lo sblocco della sua incapacità di disegnare che la accompagnava fin dalle elementari. In fondo, il notebook tascabile si presta a dipingere e a scrivere. Ma soprattutto è il più grande contenitore di pensieri che sono le opere d’arte migliori.

Germana, ci racconti come è andata esattamente?

E’ andata che questo prodotto, come tante cose belle, nasce dal un dolore.

Cioè?

Io avevo perso motivazione e capacità di disegnare dopo una sospensione da scuola, in terza elementare. In classe, mentre la maestra spiegava matematica, disegnavo la barba di Leonardo da Vinci: lunghi fili ondeggianti che partivano dal mento e dalle guance e divenivano tutt’uno coi capelli. Era bello il mio disegno, era quasi finito.

E cosa è successo?

Ad un tratto il brusio di sottofondo della classe si fece silenzio improvviso e risuonò nell’aula la voce stridula della maestra che mi chiese cosa stessi facendo.  Alzai lo sguardo e con entrambe le mani sollevai fiera il cartoncino da acquarelli, esibendo soddisfatta la mia opera d’arte. Era bellissimo il mio disegno di Leonardo, era quasi finito. Perfetto. Un capolavoro.

Un capolavoro che alla maestra non è piaciuto?

Era arrabbiatissima perché stava spiegando le divisioni e io non ero attenta.

Ci fu una punizione?

Fui sospesa dalle lezioni per tre giorni, con nota sul registro, rimprovero al cospetto del direttore didattico, disegno sequestrato come corpo del reato e 6 in condotta in pagella per il primo quadrimestre.

Scuole di altri tempi…

Ecco, io non so quale sia esattamente il momento della nostra infanzia in cui decidiamo di rinnegare noi stessi, la nostra parte più  vera, l’essenza autentica di noi. Non so dire con precisione quale sia l’istante in cui zittiamo la nostra vocina interiore che tutto percepisce, senza dubbi ed esitazioni, per abdicare al pensiero altrui. So, però, che tutti ne abbiamo uno. In quell’attimo preciso  si attiva uno switch che cambia direzione alle nostre sensazioni, ne inverte il senso. Improvvisamente, anche se non è vero, ci convinciamo di essere sbagliati e ci adeguiamo al volere e al giudizio degli altri, al loro concetto di giusto e sbagliato. E si instilla il primo dubbio: sentire ed essere se stessi equivale a soffrire, ed è insopportabile avere tutti contro, perché tutti, compreso il tuo compagno di banco, pensano in modo diverso e opposto dal tuo. D’un tratto, sensibilità e grazia diventano una maledizione. E si fa strada la negazione di sé. Io decisi che aveva ragione la maestra quella mattina che dipingevo Leonardo con i miei 36 colori mentre lei spiegava una divisione.

Quindi, come hai reagito?

Volevo urlare l’ingiustizia al mondo ma il grido si fermò in gola. Avrei voluto dirlo a tutti che non avevo fatto nulla di male ma soltanto una cosa bella. Invece ricacciai indietro quelle lacrime di ribellione lasciando affiorare un senso di colpa. Rincasai fra il dileggio dei compagni, la testa bassa per vergogna e il pensiero incessante di cosa dire ai genitori, ai quali procuravo la sofferenza di avere una figlia sospesa alle elementari.

Già, e a casa?

Come ulteriore punizione, mia madre mi spedì in camera mia senza pranzare!

Dopo tre giorni, però, sei tornata a scuola. Alla fine dell’anno sei stata promossa?

Sì certo, sono tornata a scuola e sono stata promossa. Però dopo quel disegno di Leonardo non sono più riuscita a farne altri. Ha rappresentato proprio uno spartiacque per me quell’episodio: fra la capacità di disegnare che avevo e quella che non ho più espresso. E’ stato come uno choc. Diciamo, comunque, che in compenso so bene cosa sono dividendo e divisore…

E il moscardino in cosa sarebbe stato salvifico?

Quarant’anni dopo, per una intuizione che ebbi di dedicarmi a un taccuino per appunti per il mio mestiere di giornalista, tracciai un nuovo disegno, inconsciamente riprendendo da dove mi ero bloccata: dalla barba di Leonardo. E quella barba fatta di fili mi ha aiutato a riannodare il passato col presente, non dividendolo così come l’operazione che avevo imparato, ma intrecciandolo con la maturità e la consapevolezza. Cosicché disegnai i tentacoli fluenti di quel moscardino, che ora è diventato un marchio. Che è anche, in fondo, il marchio di una rinascita.