Carpene Malvolti

Lo chef Wicky Priyan, originario dello Sri Lanka ma italiano d’adozione, racconta la sua idea di cultura applicata alla tavola

Wicky Priyan ci accoglie nel suo ristorante al numero 6 di Corso Italia a Milano, il Wicky’s Wicuisine, per parlare di cibo, sapori e tradizioni gastronomiche.

«Io non faccio cucina fusion- ci dice lo chef quasi sdegnato, come se questa parola tanto in voga nel capoluogo lombardo negli ultimi anni fosse un’offesa – io faccio cucina creativa, che parla di vita e che trasmette il mio vissuto. La mia cifra stilistica è l’unione di diverse culture: una base giapponese su cui si installano le tante esperienze che ho avuto la fortuna di fare nella mia carriera più che trentennale».

E le diverse influenze culinarie che pervadono i piatti di chef Priyan sono frutto dei suoi innumerevoli viaggi in giro per il mondo, dall’Asia a Papua Nuova Guinea, dalla Thailandia fino all’Europa. Ma i maestri che la star di Corso Italia 6 ci ricorda sono in particolare tre, i più significativi per il suo percorso: Keller di Bali, Kan di Tokyo e Kaneki di Kyoto, le guide alle quali Wicky Priyan fa ancora riferimento.

L’idea di cucina dello chef, che si è evoluta attraverso la commistione delle varie tradizioni enogastronomiche con cui è venuto in contatto, si evince anche dalla carta del suo menù, che viene aggiornata ogni due anni, mantenendo però i suoi “cavalli di battaglia” con l’aggiunta di influssi mediterranei sempre più forti, dovuti alla permanenza di Priyan in Italia.

 

Infine, il rapporto con Milano. Una città che vorrebbe essere una delle capitali gastronomiche della cucina orientale – alla stessa stregua di Parigi, Londra o New York – ma che non ha la stessa potenza attrattiva: «Milano mi ha accolto abbastanza bene fin da quando sono arrivato, 14 anni fa. Ma è innegabile che la città sia ancora molto chiusa dal punto di vista degli investimenti: non si è capito che serve aprire “le porte” e bisogna riuscire a trovare una chiave per attirare i turisti. A Tokyo, per esempio, nonostante si possa pensare che ci sia una visione piuttosto chiusa, tutti i grandi maestri stanno arrivando e aprendo nuovi esercizi. L’Expo ha dato una spinta a nuove aperture, che troppo spesso però si sono trasformate in chiusure dopo poco tempo».

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