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Asti, il regno del vino Moscato

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Nacque a Santo Stefano Belbo, Cesare Pavese. Borgo del cuneese circondato da colline vitate esposte al sole e difficilissime da lavorare, ma che da sempre donano alle uve un’intensità aromatica unica. Un viaggio tra le colline langarole e monferrine ci porta alla scoperta di questo bianco dall’anima del rosso attraverso le parole e le bottiglie dei migliori moscatisti piemontesi Il simbolo di San Rocco a cavallo, il patrono di Asti, è tra le effigi più riconoscibili nel mondo del vino: un cavaliere medievale è infatti l’immagine del Consorzio dell’Asti Docg (che tutela sia l’Asti Spumante che il Moscato d’Asti) dal 1932. È nel municipio della città piemontese che, una settimana prima di Natale, si riunirono i nomi più blasonati dell’enologia italiana dell’epoca per far nascere il Consorzio per la difesa dei vini tipici Moscato d’Asti e Asti Spumante. Le firme erano quelle di Gancia, Martini&Rossi, Cinzano, Contratto, tra gli altri, tutti nomi che fanno pensare ai Natale e ai Capodanno che sarebbero seguiti poi in milioni di case italiane, tra brindisi e auguri. Le feste natalizie sono state croce e delizia di questi vini, decretandone l’indubbia fortuna in termini di notorietà, ma marcandone al contempo la tipologia, facendone vini per occasioni speciali.   36 mesi: una dolce attesaÈ il territorio alla destra del fiume Tanaro che detiene il primato della vocazione per questo vino, tra le colline langarole e monferrine, interessando tre province, Asti, Alessandria e Cuneo. Cantori contemporanei della bellezza dei luoghi furono Beppe Fenoglio e Cesare Pavese. Pochi altri luoghi viticoli al mondo infatti vantano una letteratura dove l’intreccio tra parola e vigna è così forte. Pavese nacque proprio a Santo Stefano Belbo dove ci sono alcuni dei sorì più belli – le colline esposte a sud, scoscese e difficili da lavorare ma che donano alle uve un’intensità aromatica unica – e dove lo scrittore vedeva accendere i falò. Una di queste colline è Valdivilla. Qui vive e lavora Alessandro Boido, moscatista ultra-esigente, nell’azienda di famiglia Ca d’Gal. La sua è una storia fatta di attese. Un tempo lungo che mal si sposa con il Moscato d’Asti, un vino che viene messo in commercio a tre mesi dalla vendemmia. In passato però non era così e Boido ha voluto credere a quello che gli raccontavano il nonno, il padre e i vecchi del paese, che il Moscato può invecchiare. «Ma non erano solo racconti – ricorda Alessandro – io quei vini li ho bevuti. C’era l’abitudine di mettere da parte un po’ di bottiglie e andarle a ripescare dopo qualche anno: erano vivi, profumati, integri. Nasce da qui il progetto Vigna Vecchia – che dalla prossima uscita sarà Vite Vecchia – un Moscato d’Asti che si prende la briga di aspettare 36 mesi prima di essere bevuto. La vendemmia 2014 sarà presentata al prossimo Vinitaly, mentre la 2015 è stata “insabbiata” qualche mese fa. «Anche qui non mi sono inventato nulla – racconta Boido – i vecchi di Valdivilla prendevano la sabbia dal fiume Belbo e la usavano per seppellire le bottiglie di Moscato nei cassoni, così che queste potessero “dormire” senza urti e con un buon grado di umidità».   Boom o boomerang?Paolo Saracco è tra i produttori più noti e anche le quantità si fanno più importanti: 600 mila bottiglie l’anno. Il Moscato bianco targato Saracco era un’ottima base per i Vermouth di Carpano e Martini&Rossi. Finiti gli studi – meta anni ’80 – Paolo decide di imbottigliare. Quello che ha chiaro fin da subito è di voler ingrandire il patrimonio viticolo dell’azienda che, negli anni passa dai 7 ai 53 ettari. «Credo che la forza dei miei Moscato nasca dalla possibilità di creare tanti blend con uve che cambiano per esposizioni, clima, terreno. Ci credo così tanto che ho creato il Moscato d’Autunno Dop, un vino che nasce dalla selezione dei migliori mosti». Ma Paolo ha un rammarico – comune a molti suoi colleghi – ovvero che non si faccia abbastanza per promuovere questo vino: «Pur essendo tra i vini più grandi al mondo, paga la preminenza dei rossi piemontesi, ma soprattutto risente delle politiche dei prezzi a ribasso delle grandi industrie del vino che, dopo aver affossato l’Asti Spumante, stanno adottando lo stesso metodo sul Moscato». A far da eco a Saracco c’è Valter Bera, moscatista di Neviglie, tra i più “vecchi” produttori di questo vino. Non dipende tanto da una questione anagrafica, quanto dalla scelta di imbottigliare già negli anni ’70, abbandonando la remunerativa ma anonima vendita di uva. «Nulla è facile sulle terre di vigna scriveva Luigi Veronelli in I Vignaioli storici, ma la rovina del Moscato d’Asti non è certo nella fatica, ma nell’oligopolio delle grandi aziende e sul ricatto della grande distribuzione». Così dice Valter che non nasconde un certo pessimismo riguardo al futuro di questo vino. «Fanno credere che sia un comparto in salute perché si parla di 30 milioni di bottiglie, ma 20 di queste sono di scarso pregio e vendute a meno di tre euro, quando a noi una bottiglia non costa mai meno di quattro. Insomma proprio il suo boom rischia di essere un boomerang, perché è un racconto viziato». Però il primo amore rimane questo vino dolce e frizzante che sa di glicine e di pesca, di salvia e limone, che è come la primavera in collina. «Questo vino potrebbe star bene al tramonto in spiaggia come aperitivo. In America c’è chi lo consuma con la pizza al posto della Coca Cola. E nessuno si scandalizzi se ho sempre detto alle mamme di pucciare il ciucciotto dei loro bimbi in un bicchiere di Moscato d’Asti!» Per saperne di più:www.bera.itwww.cadgal.itwww.paolosaracco.itwww.giannidoglia.it   Il fascino dell’incompiutoA Castagnole delle Lanze, provincia d’Asti, Gianni Doglia non fa che professare il suo amore per quest’uva e per questo vino. In gergo si direbbe un vero “Moscato lover”: «Mi piace perché è una continua sfida. È un bianco con l’anima di un rosso, perché risente tanto dell’annata e dei terreni dove nasce. E poi questa cosa che è per metà vino e per metà mosto – non essendo del tutto fermentato – ne fa quasi una sorta di vino incompiuto, ma sta proprio lì il suo fascino». Un amore che parte da lontano, dagli anni ’40, quando prima il nonno e poi il padre vendevano le uve di Moscato Bianco che all’epoca rendevano molto più del Nebbiolo. Bisognerà aspettare il 2000 per la prima etichetta Doglia. Oggi sono due i Moscato d’Asti, un base e il Casa di Bianca, da una vigna vecchia di 40 anni e che fa un anno di affinamento sui lieviti.     Scelti per voi Dove mangiareTrattoria della Posta CamulinUn tempo stazione di posta per viaggiatori e cavalli, tiene fede ai piatti della tradizione, tajarin in testa e ottimo fritto misto alla piemontese. Prezzo medio: 40 euroVia Fratelli Negro, 3Cossano Belbo (Cn)Tel. 0141.88126  Dove dormire Relais San MaurizioEleganti camere e suite in un ex monastero del ‘600, con raffinata cucina gourmet. Doppia da 280Viale S. Maurizio, 39Santo Stefano Belbo (Cn)Tel. 0141.841900  Dove degustare Enoteca con cucina Caffè Roma Da caffè di paese a fornito wine bar per passare a enoteca con cucina, vineria, trattoria, caffè.Ottimi i cocktail a base di Moscato d’Asti. Piazza Umberto I, 14Costigliole d’Asti (At)
Tel. 0141.966544

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