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La versione di Bernabè

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 Dopo aver amministrato Eni, Fiat, Telecom e altri gruppi prestigiosi che hanno fatto la storia economica nazionale, l’illustre manager altoatesino è stato chiamato a presiedere la commissione italiana per l’Unesco. A chi si lamenta della mancata elezione a Patrimoni dell’Umanità di nuovi siti italiani, risponde netto: preoccupiamoci di curare l’esistente e evitare “l’effetto Dresda”  «Più che a incrementarne il numero, l’Italia dovrebbe pensare a preservare i siti già tutelati dall’Unesco». Giusto, giustissimo. A maggior ragione, se il monito arriva proprio dall’uomo che da poco è stato chiamato a presiedere la Commissione Nazionale Italiana deputata a diffondere nel nostro Paese i programmi Unesco. Nei giorni in cui è filtrata la notizia che dalla riunione della Commissione Unesco, prevista ad  Istanbul per il prossimo 10 luglio, non verranno fuori buone notizie per i siti italiani candidati a patrimonio dell’Umanità, l’unico a non scomporsi è stato proprio lui: il presidente della Cni, Franco Bernabè.  Eppure c’è chi parla di sconfitta, chi teme che la Cina ci strappi la leadership….Niente di tutto questo. Più semplicemente, l’elezione dei siti a patrimoni Unesco segue andamenti legati ai momenti storici. Negli anni ’90, l’Italia ha avuto un periodo in cui, in circa tre anni, s’è vista riconoscere una ventina di siti nella World Heritage List. È stato quel momento particolarmente propizio a spingerci verso la leadership. In seguito, con la globalizzazione, sono emersi sulla scena internazionale tanti Paesi in via di sviluppo. Cresciute in ricchezza, queste nazioni hanno iniziato anche a capire il valore dei beni storico-culturali, verso i quali in precedenza non avevano particolare sensibilità, e a fare pressioni affinché venisse attivata la tutela Unesco.  Nessun criterio geopolitico “cencelliano”, dunque, nell’assegnazione dei posti?(Ride, NdA) No, direi di no. Faccio un esempio pratico. In Asia, un tempo c’era una forma di rigetto per tutto ciò che era antico, perché percepito come sinonimo di “arretrato”. Le statue venivano ridipinte, le mura abbattute. Oggi non è più così. E realisticamente non si può pensare che la Cina, con 4 mila anni di storia e un territorio immenso, rispetto all’Italia possa avere meno siti degni di essere eletti patrimoni dell’umanità. Non è che negli altri Paesi manchi il patrimonio storico-culturale, è solo che prima non se riconosceva il valore. Noi, in virtù della nostra spiccata attenzione per la storia e la cultura ci siamo mossi in anticipo, ma la leadership non durerà in eterno.  La nostra tentative list, insomma, è destinata a rimanere tale ancora a lungo?No, non è detto. A tutt’oggi sono 41 i nostri siti candidati. Ben 34 domande sono state presentate nel 2006, quando ci fu un vero affollamento. Molte di esse non sono state approfondite, altre non avevano i documenti necessari. Bisogna riprenderle in mano e verificare cosa manca. Personalmente ritengo che le candidature transfrontaliere abbiano più probabilità rispetto a quelle nazionali. Tra queste, ad esempio, bisognerebbe sostenere le fortezze veneziane. Ma, ribadisco, più che a incrementare il numero dei siti, l’Italia dovrebbe occuparsi di preservare e valorizzare quelli già eletti.  Cos’è? Un rimprovero nei confronti della gestione italiana del patrimonio culturale?Un rimprovero, per quanto benevolo, va fatto di sicuro alla sensibilità contraddittoria che l’Italia ha verso la sua storia. Ci teniamo tanto ad avere i siti tutelati dall’Unesco, ma poi una volta acquisito il risultato facciamo poco per conservare i nostri patrimoni, in particolare nei centri storici. Senza le adeguate attenzioni, il rischio di cancellazione dalla World Heritage List è concreto, come è successo alla città di Dresda, depennata dopo che i tedeschi, sul fiume Elba, ci hanno costruito un ponte moderno.   La leadership nella classifica Unesco, peraltro, non è accompagnata dal primato dei flussi turistici. Cos’è che non funziona?La valorizzazione turistica, in generale. Avere tanti “patrimoni dell’umanità” non basta a far arrivare i visitatori. Ci vogliono pianificazione, interventi, risorse. Da questo punto di vista, oltre a Francia, Cina e Usa, ci batte anche la Spagna, grazie a politiche del turismo fatte a 360 gradi e con continuità. Per fare grandi numeri servono infrastrutture, servizi, sanità. E noi siamo carenti. Basti pensare alla Sicilia, dove i turisti, rispetto alle potenzialità, sono troppo pochi.  Pensare al turismo culturale come leva per risollevare il Paese, è fuori dalla realtà?Alle attuali condizioni, sì. Rilanciare il turismo in forma sistemica implica risorse finanziarie colossali. Per il Grande Louvre, a Parigi sono stati investiti 1,5 miliardi. In Italia un’operazione del genere è improponibile, anche per l’invasività dell’intervento. Nel nostro Paese ci sono troppi vincoli. Così si possono conseguire solo risultati incrementali, ma non trasformativi. Aumentare il bilancio del Ministero dei Beni Culturali, è un buon inizio, Franceschini va applaudito. Ma, ripeto, gli interventi di grandi dimensioni come quelli fatti in Francia o Inghilterra sono un’altra cosa. Per saperne di più:www.unesco.it   

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