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Olio "evo": battaglia vinta. O quasi

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 Era dicembre dello scorso anno quando la proposta del Governo di depenalizzare il reato di frode dell’extravergine 100% italiano aveva sollevato le rimostranze e le critiche dei produttori olivicoli e delle lobby agricole. E se quel pericolo sembra definitivamente scampato, nuovi problemi arrivano dalle più recenti prese d posizione dell’Ue  A fine 2015 il Governo sembrava intenzionato a derubricare il reato di “falso in etichetta” commesso da quei produttori che mettono in commercio miscele di extravergine di oliva ottenuto con olio spagnolo, tunisino, greco o siriano, spacciandolo per 100% italiano. Nello specifico, se la bozza di decreto legge fosse stata approvata il falso olio Made in Italy sarebbe stato punito non più quale frode in commercio, ai sensi degli articoli 515 e 517 del codice penale, ma con una semplice sanzione amministrativa da 1.600 a 9.500 euro. Ci volle poco a che i consorzi e le associazioni di produttori gridassero alla depenalizzazione e iniziassero una dura battaglia per bloccare la legge e proteggere il nostro “oro verde”. Battaglia che si è recentemente conclusa con il dietro-front del Consiglio dei Ministri e l’approvazione, in via definitiva, del decreto legislativo presentato dalle Commissioni Agricoltura e Giustizia a seguito delle proteste degli olivicoltori e che prevede un duplice impianto sanzionatorio: sia azione penale nelle ipotesi di reato di contraffazione, frode e fallace indicazione, sia sanzioni amministrative circa l’indicazione obbligatoria dell’origine e la leggibilità delle informazioni in etichetta. Del resto i dati Coldiretti confermano che le frodi in materia di olio sono quadruplicate nel 2015 e un decreto come quello proposto al Senato in dicembre avrebbe messo a serio rischio la reputazione dell’olio extra vergine italiano, incentivando l’agro-pirateria a fronte di mere sanzioni economiche facilmente aggirabili dalle grandi produzioni industrializzate.  Lo scontro continuaMentre l’antitrust multa le aziende che vendono falso extravergine, dall’Europa giungono però direttive irrimediabilmente lesive dell’interesse dei consumatori e poco attente alla garanzia di qualità che il marchio Made in Italy porta con sé. Il primo luglio sono infatti passate alla Camera due normative Ue che consentono da un lato di mettere in vendita olio extravergine vecchio (ovvero che abbia superato i 18 mesi previsti dalla normativa italiana) per favorirne lo smaltimento, e che aboliscono, dall’altro lato, il colore differente delle etichette indicanti le miscele di oli comunitari per distinguerli da quelli Made in Italy. Èchiaro dunque che la tutela del Made in Italy non è una sterile presa di posizione a favore dei prodotti nostrani, ma al contrario il rispetto di elevati standard di qualità, come quelli imposti dai consorzi e dalle filiere produttive italiane così come la garanzia dell’origine delle materie prime, sono in primis finalizzate a garantire il consumatore, tanto dall’acquistare oli di scarsa qualità o invecchiati che abbiano perso le loro caratteristiche organolettiche, tanto dall’essere ingannato da etichette mistificatrici circa l’origine delle olive e delle miscele. Quello che emerge è che le nostre stesse istituzioni non prendono posizione di fronte a questi atti, dimostrando un interesse più che nei confronti del comparto agroalimentare nazionale nei confronti, forse, di qualche lobby straniera.    Petrolio verdeSecondo le associazione di produttori è assurdo parlare di promuovere il Made in Italy quando poi si tenta di depenalizzare un reato quale la contraffazione dell’olio extra vergine di oliva, un vero e proprio “petrolio verde” per l’Italia con un costo medio di 10 euro al litro (il doppio rispetto all’olio miscelato) e circa 10mila tonnellate di esportazioni e 581 milioni di Kg consumati solo in Italia.  Mai fidarsi delle apparenzeL’Italian Sounding è quel fenomeno per cui prodotti non 100% italiani vengono passati come tali attraverso etichettature ingannevoli per i consumatori. Si tratta di un vero e proprio free riding sui prodotti nostrani che sfrutta la reputazione, la fama, il know-how di cui gode il Made in Italy nel mondo, pur non garantendo la stessa qualità e gli stessi standard in termini di materie prime e sicurezza del consumatore. Si tratta di un fenomeno che costa all’Italia circa 60 miliardi di euro l’anno di mancati guadagni (circa 150 milioni di euro al giorno) e pertanto il nuovo testo di legge deve essere visto come un importantissimo traguardo nella lotta alla contraffazione, nonché nella tutela delle filiere produttive e del consumatore finale.

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