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Orat et … Cucina! La regola del convento

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“Sono veri monaci se vivono con il lavoro delle proprie mani”. È questo un precetto al quale non si è mai venuti meno tra le mura delle tante strutture monastiche sparse per lo Stivale. Dalle quali ancora oggi escono liquori, dolci, vini e creme di bellezza realizzati a mano con prodotti naturali e metodi tratti da antichi ricettari. Ecco allora qualche consiglio per una “beata spesa” in convento

 

 

Nel 2005 riscosse una certa eco, almeno tra gli addetti ai lavori, la notizia che la comunità benedettina dei SS. Pietro e Paolo a Buccinasco, nel Milanese, avrebbe di lì a poco iniziato a produrre birra, sulla scorta della migliore tradizione trappista. Tre anni più tardi, dopo che due confratelli avevano trascorso un periodo di apprendimento in alcune abbazie belghe, il progetto assunse corpo e spirito con la prima bottiglia uscita dal monastero. Oggi le birre prodotte sono tre e hanno ampio consenso sul mercato e tra gli esperti. Se però l’idea dei benedettini lombardi nacque essenzialmente dalla necessità di integrare il reddito agricolo, ormai troppo scarso per la sussistenza della comunità in ottemperanza alla Regola (“Sono veri monaci se vivono con il lavoro delle proprie mani”), non bisogna dimenticare che la lavorazione di prodotti alimentari (o cosmetici) da secoli è radicata e diffusa all’interno delle mura dei monasteri, luoghi dello spirito, testimoni di storia e cultura, ma, da sempre, soprattutto esempi del “saper fare”: il labor manuum che s’accompagna alla lectio divina. L’opera dei monaci e delle monache, improntata all’obbedienza, è insomma anche un momento di creatività.

 

 

Seguendo antiche ricette

Ne sono un esempio i liquori, gli infusi, gli amari dell’Abbazia di Casamari a Veroli, in Ciociaria. Qui la vocazione agricola consente ai monaci una sostanziale autonomia per quanto riguarda olio e vino, ma anche liquori. Alcuni provengono da un ricettario lasciato in eredità da Fra’ Eutimio nel 1780, come le Gocce imperiali, il Sambuca, la Ferrochina. «Alcune erbe sono raccolte direttamente dai monaci, altre vengono acquistate – spiega orgogliosamente Padre Alberto Coatti – Ciò che contraddistingue i nostri prodotti è che si realizzano esclusivamente con infusi di erbe». Dalla casa madre le ricette sono replicate in altre abbazie, come a Chiaravalle della Colomba

(Pc) dove i confratelli utilizzano 15 erbe (tra cui quassio, assenzio, rabarbaro, genziana) per il ricercato Elisir di Lunga Vita. Nell’Abbazia di S. Maria e S. Nicolò di Colico, nel Lecchese, sono in vendita invece i liquori distillati dai monaci cistercensi insediati qui dal 1937. Padre Giacinto spiega che le più vendute sono le Gocce Imperiali, un tonico di 90 gradi, digestivo, antinausea, antisettico: «è molto richiesto, i pellegrini lo apprezzano assai». «Produciamo inoltre – aggiunge – tre amari a 40 gradi a base d’erbe che dobbiamo acquistare ma che maceriamo direttamente noi. Molto richiesta è ad esempio la Ferrochina Piona perché è davvero amara mentre oggi in commercio vi sono amari… poco amari». Liquore dolce e poco alcolico è invece il Mandarino.Anche nell’Abbazia di S. Maria di Montevergine a Mercogliano (Av), i padri benedettini provvedono a utilizzare antichi ricettari e le erbe profumate raccolte sul monte Partenio per l’omonimo amaro come per lo sciroppo balsamico, adatto a mantenere le funzioni fisiologiche delle prime vie aeree e un’altra decina di infusi e liquori.

 

 

Bevetene tutti

Nel Monastero di S. Giovanni Evangelista di Lecce, fondato nel 1133 da Accardo, conte normanno, le monache benedettine sono impegnate a preparare agnelli pasquali e pesci di pasta di mandorle. «Le materie prime sono del tutto naturali – assicura Madre Benedetta – confettura di pere che produciamo nel monastero, mandorle, zucchero, acqua». Per assaggiare gli squisiti biscotti con cioccolato prodotti dalle monache di clausura dell’isola di San Giulio sul lago d’Orta bisogna aspettare il 31 gennaio di ogni anno, data di commemorazione del santo. Presso il Monastero di Santa Maria della Neve a Torrechiara, unito dal 1491 al Monastero di San Giovanni Evangelista di Parma, è di stanza Padre Filippo Bruno, il quale, nello spaccio, espone anche alcuni pezzi della sua collezione di reperti archeologici, così la spesa diventa anche occasione di conoscenza. Il ricettario che utilizza per le sue elaborazioni è un manoscritto del ’700, da cui attinge anche per ottenere dopobarba all’hamamelis, malva profumata alla rosa, unguenti antireumatici, creme viso a base di miele ed erbe. Si lamenta che molti laboratori gestiti dai frati negli ultimi anni sono stati chiusi dagli uffici sanitari: «Ma prodotti naturali come questi, ammesso che non funzionino,

quantomeno non provocano danni!». Padre Bruno produce anche vino rosso dalle uve coltivate intorno al monastero: Bonarda, Barbera e Lambrusco. Il vino, per i monaci agostiniani di Novacella, è invece un’autentica specializzazione. Dalle sacre mura escono due dozzine di etichette per due linee di produzione, quella base e quella superiore con il nome di Preapositus. Non mancano vini da dessert, ma soprattutto una sala degustazione e una mastodontica bottaia alla quale si può accedere su prenotazione. Tecniche di vinificazione moderne e rigorose sono osservate anche nel Convento di Muri Gries di Bolzano, dove si vinificano tutti i vitigni tradizionali altoatesini; mentre le monache Cistercensi Trappiste di Vitorchiano (Vt), dalla loro vigna e dagli uliveti coltivati con metodi naturali, producono 6 mila bottiglie di Coenobium e Coenobium ruscum di uve Trebbiano, Verdicchio, Malvasia e Grechetto, che vanno a ruba come l’olio extravergine d’oliva, ottenuto da macine a pietra.

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