In principio furono le “Donne del Vino”. Era la fine degli anni Ottanta, preistoria nel mondo dell’enologia tricolore: allora dirigere un’azienda vinicola era ancora affare da uomini, al massimo mogli e figlie potevano occuparsi di pubbliche relazioni. Poi arrivò Elisabetta Tognana, giovane e combattiva produttrice veneta, a guidare la “rivoluzione col fiasco in mano”, fondando l’associazione che oggi, 30 anni dopo, è arrivata a raggruppare circa 800 tra produttrici, enotecarie, ristoratrici, sommelier, enologhe e giornaliste. Da allora l’ascesa dell’imprenditoria al femminile nel mondo del vino italiano è stata lenta ma inarrestabile: l’immagine delle belle ragazze che pigiano l’uva a piedi nudi nella tinozza alzandosi civettuole le vesti è lontana anni luce. E se oggi, oltre al green, è il rosa il colore più in voga nel mondo dell’enologia e della viniviticoltura italiane, lo è perché le donne contano nei processi decisionali aziendali come testimoniano la qualità e la quantità di addette ai lavori con ruoli cruciali. Basti dire che nel 2018 un quarto delle cantine e delle enoteche presenti nel Belpaese è in mano a delle donne. Certo la strada per colmare il gap di genere è ancora tutta da percorrere, visto che i Cda dei consorzi di tutela dei vini vedono meno del 10% di presenze femminili. Ma da un capo all’altro della penisola, è tutto un fiorire di aziende di vino al femminile: decane e giovani, nomi storici e imprenditrici rampanti.
Tra le leve emergenti nell’imprenditoria rosa va annoverata Diana D’Isanto, 34 anni, titolare de “I Balzini” di Barberino Val d’Elsa, in Toscana: dal 2017 Diana ha affiancato la madre Antonella nella conduzione dell’azienda, celebre sia per aver prodotto il “I Balzini Gold Label”, il Merlot più caro d’Italia (con l’etichetta di oro zecchino fuso nel vetro) sia per l’attenzione rivolta all’ambiente e all’ecosostenibilità. Una sensibilità etica evidente dagli oblò in cantina che catturano la luce del sole, all’abolizione del polistirolo e della plastica, all’attivazione dell’impianto fotovoltaico fino al riciclo dei tappi con i quali Diana realizza degli originali orecchini e l’istituzione di una borsa di studio annuale come strumento finalizzato alla diffusione della cultura del vino e del bere responsabile. “Dopo il passaggio di consegne – spiega Diana – porto avanti il progetto di famiglia conciliando il rispetto della tradizione con una sensibilità più moderna, che si traduce in maggiore dinamismo e spirito di squadra”.

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A poche decine di chilometri da Barberino opera un altro giovane talento dell’imprenditoria vinicola italiana, Annabella Pascale, titolare della Tenuta di Artimino a Carmignano (Prato), con la villa medicea patrimonio mondiale dell’Umanità Unesco circondata da 732 ettari. È lei, insieme al cugino Francesco Spotorno Olmo, che manda avanti con eleganza, energia e praticità l’azienda acquistata dal nonno 30 anni fa: Annabella ha contribuito a valorizzare il borgo medievale e sviluppare la ricettività e gli eventi legati alla tenuta, oltre alla produzione vinicola che sfiora le 400mila bottiglie annue.
Tra le donne che hanno scritto la storia del vino italiano, inoltre, impossibile non annoverare Marilisa Allegrini, presidente del gruppo Allegrini – dinastia imprenditoriale a cavallo tra le colline della Valpolicella e quelle di Bolgheri, un gruppo vitivinicolo in grado di esprimere 4,5 milioni di bottiglie di pregio in Veneto e in Toscana – e prima italiana a comparire sulla copertina di Wine Spectator, la più influente rivista del vino al mondo.
Ma le donne del vino non fioriscono solo nelle regioni più tradizionalmente vocate all’enologia. In Calabria, ad esempio, c’è una generazione che tiene alte le insegne dell’imprenditoria in rosa. Alfiere è Lidia Matera da Montalto Uffugo (Cosenza) che, alla guida della Tenuta Terre Nobili, ha saputo far fare un salto di qualità sia in termini di vigna – col recupero di vitigni come Nerello, Magliocco e Greco – sia in cantina, con bottiglie che esprimono tutto il patrimonio aromatico e gustativo delle uve locali. Il suo esempio ha portato sugli scudi le sorelle Carla e Laura Pacelli, con l’omonima tenuta sulle colline a nord di Cosenza, oppure l’enologa e chef Caterina Ceraudo (una delle prime ad applicare in Calabria l’agricoltura bio) o la baronessa Alberta Nesci a Palizzi, sulla costa ionica.