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La Via della Seta: il turismo che unisce

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  La Cina è come la piattaforma rotonda mobile dei suoi tavoli al ristorante: la giri e ti mostra una varietà di proposte che, se non tutte, almeno alcune incontreranno sicuramente i tuoi gusti fino ad appagarti.E’ tradizionale come un’anitra laccata alla pechinese, movimentata come una marmitta mongola, essenziale come il riso alla cantonese.  Ma anche provocatoria come gli scorpioni fritti dello street food che gli occidentali si limitano a fotografare e postare sui social.Perché la Cina è grande e anche se la giri tutta non riuscirai ad assaporare ogni cosa: devi giocoforza scegliere.  Tuttavia ci ha pensato la Cina stessa a indicare un percorso, suggerendo un senso di assaggio.Ha inaugurato La Via della Seta, definendo un tracciato che si estende da Est a Ovest, includendo capitali importanti. C’è anche l’Italia, con Roma e Venezia città, quest’ultima, da dove il grande corridoio turistico partirà nel 2018. Il progetto è stato presentato a giugno a Dunhuang, nel Gansu (Cina centrale, ai bordi del Fiume Giallo) al The 7th Dunhuang Tour Sulk Road International Tourism Festival, il festival del turismo internazionale.  Una fiera in stile hollywoodiano, perché i cinesi credono fortemente nella Via della Seta, citata anche ne Il Milione di Marco Polo: in primo luogo è un marchio universalmente conosciuto e poi è ritenuta un prodotto turistico da 85 milioni di presenze annue e il turismo, si sa, è l’ industria più produttiva al mondo, che ha contribuito grandemente alla crescita e allo sradicamento della povertà.I Paesi che hanno risposto positivamente a questa opportunità sono 140. E nello specifico della Cina, La Via della Seta è una risorsa importante per l’economia, che ora mira a uno sviluppo del turismo consolidato nel tempo per far valere le sue belle province. UN ITINERARIO DI 8 MILA CHILOMETRI Una sciarpa di seta rossa che cavalca attraverso templi, pagode, montagne rocciose, città, villaggi e fiumi: questa, nella simbologia proiettata sugli schermi del convegno, la sintesi visiva della Via della Seta, che in realtà è un itinerario di circa 8 mila chilometri che mette in comunicazione Asia Minore e Mediterraneo attraverso il Medio Oriente. Il Gansu, situato a Nord della Cina ai confini con la Russia, che si trova a 1800 metri sul livello del mare e vanta una storia di 8 mila anni, estendendosi fra Mongolia interna e deserto del Loess, ne diventa così un passaggio strategico, per abbondanza culturale e paesaggistica.  Conta 337 templi scavati nelle  grotte, 913 km di Fiume Giallo che con le sue gole attraversano rocce e boscaglie oltre a una notevole porzione della Grande Muraglia. Ha persino otto tipi di clima, il Gansu, da quanto è esteso fra Nord e Sud, con varietà di vegetazione e paesaggi che spaziano dal deserto alle foreste, dai ghiacciai, alle cave. La provincia del Gansu, inoltre, vanta 7 siti patrimonio dell’umanità, 1 patrimonio culturale intangibile mondiale conosciuto come Hua’er,  che altro non è che uno stile di canto popolare, oltre 27.000 patrimoni culturali nazionali di diverso tipo alcuni dei quali famosi a livello mondiale come le grotte di Mogao. E va da sé che la porzione cinese della Via della Seta, con il Gansu, è tutta un susseguirsi di tesori e curiosità da scoprire. Ad esempio c’è il museo paleontologico di Linxia (Ancient Fossil Museum) dove sono conservati scheletri di dinosauri mai visti nel nostro emisfero. Linxia è prefettura autonoma di minoranza Hui, uno dei 56 gruppi etnici presenti e riconosciuti ufficialmente dallo Stato, che  praticano l’Islam, ma sono culturalmente molto differenti dai cinesi. FRA ALTIPIANI  E MONASTERI BUDDISTI Il Gansu, dunque, è variegato per popolazione, paesaggio e religioni. Si va dall’altipiano di 3000 metri dove da più di duecento anni vive una comunità tibetana – la contea di Xihae, nella prefettura autonoma tibetana di Gannan – con templi bellissimi ed emozionanti, dove i fedeli camminando veloci girano la ruota della preghiera e bruciano poi incenso in segno di devozione. Secondo gli antichi testi le ruote della preghiera sono usate per accumulare saggezza e merito (buon karma) e per purificare le negatività (cattivo karma). Qui è frequente vedere distese di tende colorate con bandierine di preghiera sventolanti al sole; così come è facile imbattersi in monaci in abito arancione che camminano tra la folla o frequentano i negozi.  E’ praticamente un pezzo di Tibet fuori dal Tibet e merita senz’altro una visita il monastero di Labrang, che riferisce alla scuola religiosa del Gelugpa, il cui capo supremo è il Dalai Lama. Il complesso religioso si estende su un’area di oltre 800 mila metri quadrati, con 30 palazzi del Buddha, 31 edifici in stile tibetano, 6 accademie e un dormitorio con un migliaio di stanze per i monaci; oltre a 84 sale per la meditazione e 6 stanze delle scritture. Nel periodo di massima espansione Labrang ha ospitato fino a 4000 monaci. Oggi sono complessivamente 1800. FIN DENTRO LA MONGOLIA DEI DESERTI, DELLE PRATERIE E DI GENGIS KHAN Spostandosi nella Mongolia Interna, in prossimità del Deserto dei Gobi, si arriva (trasportati da un’ovovia!) sulla sommità delle sabbie di Xiang Sha Wan, dove è stato recentemente costruito un enorme resort a forma di fiore di loto che si chiama, per l’appunto Lotus Resort, ma che assomiglia, da lontano, a una gigantesca base spaziale. Tutto intorno alla moderna struttura ricettiva c’è una specie di parco divertimenti, dove sono previste passeggiate a dorso di cammello, lanci con la zip, sci sulle dune di 110 metri di altezza e giri sia in trenino che su delle specie di arche a motore che fendono la sabbia come le motoslitte scivolano sulla neve d’inverno.   Sostanzialmente, si tratta di un grande luna park all’aperto, una destinazione turistica per i locali dove, dislocati su più edifici, si tengono anche spettacoli teatrali e musicali. The Desert Resort Lotus è l’ideale, per i cinesi, per soggiornare un fine settimana con i bambini, perché è ottimamente servito di piscina, zona relax e ottimo ristorante. Tuttavia non è questa la sola attrazione che i cinesi hanno realizzato ispirandosi alla tradizione ma scegliendo di dare una connotazione  contemporanea e curiosa alle loro iniziative. Scendendo verso le praterie, nei territori di Gengis Khan, si incontra un altro villaggio che evoca l’antica cultura mongola, con alloggi per il pernottamento in tutto somiglianti alle yurta, le tende mongole. E con i cibo tipico di questa zona, montone bollito e carne essiccata in primis.E per assaporare appieno e fino in fondo la cultura mongola, nella città di Ordos, infine, c’è il Mausoleo di Gengis Khan, anche se in verità non sono qui conservate le spoglie del leggendario condottiero (pare, tuttavia, che siano stati rinvenuti dei reperti a Ulan Bator) ma solo ricordi, testimonianze e un grande monumento con la statua di lui a cavallo alta cinque metri. Non andatevene senza aver prima acquistato, come souvenir, un copricapo tipico mongolo agghindato di perline o una bottiglia di koummiss (il distillato prodotto da latte di cammella fermentato), nella sua tipica borraccia ricoperta in pelle, con ali o beccuccio. Insomma, tutto quanto faccia mood Gengis Khan, va bene.  Perché qui, in Mongolia interna, Gengis Khan è paragonabile a un capo religioso, tanta è la venerazione per la sua figura.  Basti pensare che all’interno del tempio dove vi sono quadri e raffigurazioni che lo ritraggono, oltre a percorsi storico visivi delle sue gesta, vi sono intere sale con colonne altissime e di diametro importante.Tutte di oro zecchino. www.turismocinese.it
#beautifulchina
 

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