Cari lettori, alla prima riunione del Comitato Scientifico di Expo Milano, alla quale un anno fa la nostra testata ha partecipato in qualità di media-partner, ci avevano spiegato che le Expo – ossia il format delle Esposizioni Universali di proprietà del Bureau International des Expositions – non sono fatte per due categorie di persone: i politici e i giornalisti. L’affermazione ci aveva incuriosito e avevamo chiesto lumi, sentendoci rispondere che i primi, i rappresentanti della classe politica, tradizionalmente cercano sempre di “appropriarsi” in qualche modo di questi eventi finendo per distorcerne la natura e il vero significato. E che i secondi invece, gli operatori della stampa, tendono a dare sempre una loro “interpretazione personale” alle Expo e nella maggior parte dei casi se ne occupano solo e soltanto per mettere in evidenza quelle che, a loro avviso, rappresentano delle criticità.

Insomma, le Expo sono fatte per chi non ha preconcetti ed è disponibile a viverle esattamente così come vengono proposte.

 

Ci siamo resi conto, perlomeno per “certa politica” e “certa stampa”, che tutto questo è assolutamente vero. E a maggior ragione, dopo la cerimonia inaugurale alla quale abbiamo partecipato lo scorso 1° maggio. Alla luce delle tante polemiche, delle “travagliate”, delle “santorate”, delle “grillinate” e compagnia cantando, ci aspettavamo di trovare un cantiere aperto e ancora con i lavori in pieno corso. E invece? Sorpresona: era tutto perfetto, pulito, ordinato. Nessun capello fuori posto. Tutto perfettamente funzionante. I trasporti, le file all’ingresso, la sicurezza, i tanti volontari. E tutto questo – consentiteci di sottolinearlo – malgrado un ufficio stampa, quello appunto di Expo Spa, che tutto ha fatto negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi mesi, tranne che saper comunicare, spiegare e promuovere l’evento in Italia e nel mondo. Ma una volta dentro il sito espositivo, ci siamo detti, ecco! Abbiamo trovato l’Italia che funziona, quella laboriosa, quella che noi chiamiamo: l’Italia che merita.

 

Siamo d’accordo, assolutamente d’accordo, col nostro Presidente del Consiglio quando dice che non bisogna arrendersi davanti a chi vuol vedere a tutti i costi un’Italia che non ce la farà. Predichiamo da sempre che questo Paese è pieno di risorse che occorre solo far emergere. Non se ne può più di sentire le cassandre della striscia televisiva serale che andrebbe ribattezzata “la striscia del pessimismo”. Un pessimismo che amplifica solo le malefatte. E che porta male, depressione, cupezza. È tempo che i media si rendano conto che gli italiani hanno bisogno di un’informazione positiva, che racconti le storie di chi ce l’ha fatta e funga da stimolo, da esempio, da sprone per tutti gli altri. È arrivato il momento di dare più visibilità ai modelli virtuosi e vincenti, e ce ne sono tantissimi, e alle persone che per farcela sono partiti dalla competenza e dalle capacità. Noi abbiamo deciso che dal prossimo numero dedicheremo un’apposita rubrica a questo tema, dando un nome e un volto all’Italia virtuosa. La rubrica si chiamerà “Le facce dell’Italia che merita”. Mandateci le vostre storie.

E buon viaggio del gusto!