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Lievito padre

13 novembre, 2018

Omar Pedrini, lo Zio Rock (e un pò contadino)

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 Se il rock fosse un vino? I Rolling Stones di sicuro risponderebbero uno champagne: il Bollinger La Grande Année. Io dico una bollicina di Franciacorta, che in casa mia non manca mai.       È nato a Brescia nel maggio del 1967. E già questo vuol dire subito un po’ di cose. La prima la fa notare lui stesso: «In quel momento a San Francisco iniziava la “Summer of Love”: solo un caso?». Dunque, mentre dalla California arrivavano i primi vagiti di quella rivoluzione controculturale che tanto avrebbe influito sulla musica, i costumi e la società contemporanea, dall’altra parte dell’oceano, da genitori gardesani trapiantati in Franciacorta, nasceva Omar Pedrini. Battezzato col nome d’un artista dei piedi – Omar Sivori, idolo calcistico del papà – e destinato a diventare anch’egli artista, ma di tutt’altri generi: musicista, cantante, poeta, autore, conduttore tv e persino attore. Un creativo a tutto tondo, forgiatosi sui testi sacri della Beat Generation e sull’hard-rock degli Who e di tutta quella nidiata di rocker che negli anni ‘70 infiammò l’Inghilterra e da lì tutto il mondo; sulle tele di Van Gogh e sul concetto di “contaminazione” tra le varie forme d’arte che caratterizzò la Factory di un altro suo mito: Andy Warhol. Tanta roba, insomma. Talmente tanta che, nella sua prima vita (finora dice di averne avute avute tre), Pedrini, con la chitarra in una mano e la penna nell’altra, è riuscito a diventare uno dei protagonisti più originali del panorama musicale nazionale, prima facendo da apripista, con la band Timoria negli anni ’90, ai “capitani del nuovo rock italiano” e poi lanciandosi in una carriera da solista che lo ha visto fare incetta di premi della critica e maturare collaborazioni prestigiose come quella recente con Noel Gallagher. L’esser venuto al mondo nel regno delle bollicine ha fatto il resto. Dandogli quell’imprinting che – nelle vite successive – lo ha legato per sempre al mondo del vino e in particolare, ça va sans dire, alla Franciacorta, di cui è ambasciatore.  Scrivi poesie per le cantine, hai fatto programmi a tema in Tv. Ma davvero vino e rock vanno così d’accordo?Storicamente il rock va più d’accordo con la birra, anche se negli ultimi anni molti musicisti si sono accostati all’enologia. A me però, che mi sento un po’ contadino, questo connubio piace così tanto che nel 2010 ho fatto distribuire nelle enoteche il cd della mia raccolta “La capanna dello zio Rock” assieme ad una bottiglia di Barbera.  È stato l’allontanamento dalle scene musicali a cui in passato ti hanno costretto i tuoi problemi di salute, a farti scoprire l’enogastronomia?In realtà è una passione trasmessami da mio padre. Da ragazzo bevevo le sue bottiglie e leggevo i suoi libri. Così ho scoperto Gino Veronelli. Ho avuto la fortuna di conoscerlo nel ’99 ed è nato un rapporto speciale. In uno dei suoi libri, mi ha definito “il figlio maschio che avrebbe voluto”. È stata un’emozione fortissima. Poi nel 2004, quando conclusa l’esperienza coi Timoria avevo iniziato la mia carriera da solista, un aneurisma aortico mi ha costretto per un lungo periodo a non poter cantare. Problema che si è ripresentato anche tre anni fa. Lì mi sono detto: e ora che faccio? Così ho pensato di assecondare, in queste nuove vite, la passione per l’enogastronomia iniziando a scrivere e condurre trasmissioni tv. In fondo, le contaminazioni sono sempre state il mio pane. Pensa che sono anche “indegnamente” docente in un corso di comunicazione artistica all’Università Cattolica di Milano.   Fai anche cinema, teatro, eventi, se è per questo. Ma quando non lavori?Te l’ho detto: faccio il contadino (ride, NdA). La mia famiglia ha una piccola tenuta in provincia di Siena. Produciamo olio e vino che regaliamo ai nostri amici e a noi stessi. Lì ci vado a scrivere canzoni e a mettere le mani nella terra. Il mio è un bisogno fisico e ideologico. Orazio, nelle Epistole, invita l’amico Torquato “a venire in campagna e sfuggire agli impegni di  Roma, per bere un vino semplice ma sincero”. L’idea della tenuta ha preso le mosse da quell’auspicio oraziano.   Il tuo viaggio del gusto ideale?In Piemonte, nelle Langhe. Un territorio culturalmente vocato allo star bene, in cui gli abitanti, prima ancora che un volano per l’economia, hanno fatto della valorizzazione della terra e della biodiversità, una filosofia di vita. È questa la grande lezione che Veronelli ci ha lasciato e di cui tutta l’Italia dovrebbe fare tesoro.

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